Il tradimento sul cuore di Torino: Lindt vuole fermare il Giandujotto IGP
Dopo aver promesso pace, il colosso svizzero ha impugnato il decreto ministeriale al TAR del Lazio. La posta in gioco non è solo un dolce: è chi decide cosa appartiene al territorio.
Il cioccolatino più amato di Torino è di nuovo sotto assedio.
E questa volta l’assalto arriva non da un competitor industriale anonimo, ma da una multinazionale svizzera che — con una delle più clamorose inversioni di rotta degli ultimi anni nel mondo agroalimentare — ha trascinato in tribunale il disciplinare che dovrebbe proteggere uno dei simboli più autentici del Piemonte: il Giandujotto di Torino IGP.
Lindt&Sprüngli, il colosso di Kilchberg con un fatturato globale di miliardi e la fabbrica più visitata della Svizzera, ha presentato ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio contro il decreto del Ministero dell’Agricoltura firmato il 23 marzo 2026 — il provvedimento che aveva dato il via libera alla trasmissione del disciplinare alla Commissione Europea, aprendo finalmente la strada al riconoscimento europeo del Giandujotto .
Una mossa che ha lasciato di stucco il settore, che credeva la querelle ormai chiusa.
Un voltafaccia che sa di cioccolato amaro
Per capire l’entità del tradimento — e non è una parola usata a caso — bisogna ripercorrere gli ultimi tre anni di questa saga industriale e culturale.
Nel 2022, il Comitato Giandujotto di Torino IGP, guidato da Guido Castagna e composto da oltre quaranta aziende artigiane piemontesi, aveva avviato formalmente l’iter per il riconoscimento europeo.
La Regione Piemonte aveva dato il suo benestare, il disciplinare era stato redatto con cura certosina: tre soli ingredienti (nocciole Piemonte IGP tra il 30 e il 45%, zucchero, cacao), nessun latte in polvere, forma a prisma triangolare, confezionamento entro dodici ore dal raffreddamento.
Un documento che non voleva escludere nessuno, ma proteggere tutti — e che prevedeva il coinvolgimento della stessa Lindt-Caffarel.
Poi, nel febbraio 2024, sembrava arrivata la pace.
Lindt aveva annunciato di non volersi più opporre al percorso IGP, pur riservandosi il diritto di continuare a produrre il proprio cioccolatino senza aderire al disciplinare.
Un compromesso accettabile, forse. La tregua era stata salutata come una vittoria diplomatica dalla Regione Piemonte.
Oggi sappiamo che quella tregua valeva quanto la carta su cui era scritta.
L’argomento legale e perché non convince
Lindt sostiene che il disciplinare crei una sovrapposizione con il proprio marchio registrato: “Gianduia 1865 – L’autentico Gianduiotto di Torino”.
È un argomento che il Ministero aveva già esaminato — e già respinto — nella fase amministrativa, ritenendo fondate le controdeduzioni del Comitato. Eppure, la multinazionale sceglie di non accettare la decisione e di affidarsi al TAR.
Il paradosso è stridente.
Caffarel — di proprietà Lindt dal 1997, o 1998 secondo alcune fonti — vanta di aver inventato il Gianduiotto nel 1865, lo dice sul suo sito, lo ha inscritto nel Registro Speciale dei Marchi Storici di Interesse Nazionale.
Ma lo stesso Caffarel, dopo l’acquisizione svizzera, ha introdotto nel prodotto il latte in polvere: un ingrediente estraneo alla ricetta originale ottocentesca, incompatibile con il disciplinare IGP.
In sostanza: Lindt rivendica la paternità storica del Giandujotto, ma non vuole produrlo secondo la ricetta che gli conferisce quella stessa storicità.
Il nodo politico: chi possiede la tradizione?
Dietro l’aridità del linguaggio giuridico — ricorso al TAR, decreto ministeriale, registrazione dei marchi — si nasconde una questione di potere culturale ed economico di primo ordine: chi ha il diritto di definire l’identità di un prodotto territoriale?
La risposta che l’Europa ha costruito nel tempo attraverso gli strumenti IGP e DOP è chiara: la collettività dei produttori locali, legati a un territorio e a pratiche tradizionali verificabili.
Non una singola azienda, per quanto storica, e tanto meno una holding multinazionale con sede a Zurigo.
Il percorso IGP del Giandujotto era iniziato proprio nel 2017, con un lungo lavoro collettivo che ora rischia di essere bloccato da una mossa di carattere strategico e commerciale, non culturale.
Il regolamento europeo prevede infatti che la Commissione possa sospendere l’esame della domanda in attesa della pronuncia del giudice nazionale.
Ogni mese di ritardo è un mese in cui un prodotto iconico piemontese rimane privo di tutela sul mercato globale: esposto a imitazioni, a uso improprio del nome, alla concorrenza sleale di produzioni industriali che di “Torino” hanno solo l’etichetta.
Il vero rischio: uno precedente pericoloso
La posta in gioco supera abbondantemente il singolo cioccolatino.
Se un’azienda con sufficiente potere di fuoco legale può rallentare o bloccare un processo IGP già approvato dal Ministero italiano — dopo anni di lavoro collettivo — ogni futuro riconoscimento di prodotto tradizionale in Italia diventa potenzialmente vulnerabile allo stesso schema.
Avvia la procedura, aspetta che arrivi a Bruxelles, poi impugna al TAR: il gioco è fatto.
Il Comitato Giandujotto di Torino IGP ha quaranta aziende artigiane, passione autentica e un disciplinare solido.
Lindt ha gli avvocati di una multinazionale da cinque miliardi di franchi svizzeri l’anno. Non è una gara ad armi pari.
E mentre il TAR del Lazio attende di fissare l’udienza, nelle botteghe di cioccolato di via Roma e di piazza San Carlo, i maestri cioccolatieri torinesi continuano a temperare le loro tavolette — nocciole Tonda Gentile delle Langhe, zero latte in polvere — e aspettano che la legge riconosca ciò che il palato sa già da due secoli.
Il Giandujotto nacque a Torino nel 1865, in tempo di blocco napoleonico e scarsità di cacao. Nacque dalla necessità, dall’ingegno e dalle nocciole delle colline piemontesi. Non da Zurigo.



