Il luppolo e la Piazza
Come Torino sta imparando a bere — e a pensare — la birra artigianale.
C’è un tipo di festival che si consuma tutto in superficie: spine aperte, una playlist house di sottofondo e la vaga sensazione che la birra sia solo il pretesto.
Granda in Piazza non è quel tipo di festival. O almeno, non vuole esserlo.
Dal 5 al 7 giugno, per la terza edizione consecutiva, la Piazza dei Mestieri di Torino — uno spazio che porta nel nome già una dichiarazione d’intenti — ospiterà quella che si sta affermando come una delle più interessanti piattaforme culturali dedicate alla birra artigianale in Italia.
Ingresso gratuito, tre giorni, oltre cento birre . Non uno stand fieristico, ma qualcosa di più simile a un salotto allargato — con il bancone al centro e le idee tutt’intorno.
Torino e la birra: un’affinità elettiva
C’è qualcosa di coerente, quasi inevitabile, nell’idea che Torino diventi capitale craft. La città ha sempre avuto un rapporto privilegiato con la trasformazione dei prodotti della terra in cultura: il cioccolato, il vermouth, il caffè.
La birra artigianale è arrivata dopo (o meglio, ri-nata dopo), ma ha trovato terreno fertile in una città abituata a pensare il consumo come pratica identitaria.
Il festival nasce dall’incontro tra due realtà complementari : Granda, birrificio piemontese da anni impegnato nella costruzione di collaborazioni internazionali, e il Birrificio La Piazza, che nella Piazza dei Mestieri ha costruito un luogo dove produzione, cucina, socialità e formazione convivono senza attrito.
L’uno guarda al mondo, l’altro radica il mondo in un quartiere. È una tensione produttiva, non una contraddizione.
Cento birre e una mappa del contemporaneo
Il programma dell’edizione 2026 porta a Torino dieci birrifici ospiti che, letti insieme, funzionano come una mappa della scena craft contemporanea:
Hoppy People (Svizzera) e Ermitage (Belgio) portano la serietà artigianale centro-europea.
Cromarty Brewing Co. (Scozia) e Pretty Decent Beer Co. (Regno Unito) rappresentano il nord Atlantico e i suoi approcci stilistici irregolari e personalissimi.
Outer Range Brewing — americani trapiantati nelle Alpi francesi — incarnano meglio di chiunque la dissoluzione dei confini geografici nella birra contemporanea.
BraufactuM (Germania) fa convivere rigore tecnico e apertura sperimentale.
Seven Island (Grecia) testimonia la crescita silenziosa di scene craft periferiche.
Tre italiani — Menaresta, Birra dell’Eremo e Ritual Lab — che scelgono direzioni diverse ma ugualmente dignitose.
Alcune birre saranno prodotte in edizione limitata appositamente per l’evento. Non souvenirs, ma documenti temporanei di un momento specifico della scena.
Parlare di birra come si parla di letteratura
Il cuore intellettuale del festival è un ciclo di tre panel, moderati da Luca Giaccone, Andrea Camaschella ed Eugenio Signoroni — voci tra le più lucide della divulgazione birraria italiana.
I temi scelti per il 2026 dicono molto su dove si trova, oggi, la conversazione più interessante attorno alla birra artigianale.
Venerdì 5 giugno si parlerà di territorio e identità: il territorio conta ancora, o i birrifici appartengono ormai a una scena culturale transnazionale condivisa? Con Menaresta che viene dalla Brianza, Ritual Lab da Roma, Ermitage dal Belgio e Outer Range dal Colorado via Chamonix, la tavola rotonda si annuncia come un confronto genuinamente plurale.
Sabato 6 giugno il tema è la bevibilità come nuova frontiera tecnica . Dopo anni di eccessi — birre sempre più alcoliche, luppolate, intense, costruite per stupire alla prima sorsata — il pendolo si sta spostando verso il bere lento, verso birre che reggono la prova del terzo bicchiere. Non è una resa: è maturità.
Domenica 7 giugno si chiude con una domanda forse ancora più difficile: come si costruisce un’identità autentica quando tutti comunicano, tutti hanno un’estetica curata, tutti raccontano una storia? In un settore dove il branding rischia di divorare il prodotto, la domanda è politica oltre che commerciale.
Il cibo, la musica, il resto
Gli chef Maurizio Camilli e Marco Santelli firmano un menu street food che non si limita all’hamburger di rito: pulled pork, bombette pugliesi, pinsa romana — con opzioni vegetariane e vegane.
Non è un caso che si parli di cucina con lo stesso tono con cui si parla di birra: in entrambi i casi, si tratta di scelte che rivelano una filosofia.
Completano il programma dj set, momenti musicali e due degustazioni guidate su prenotazione, sabato e domenica alle 18:00 — per chi vuole trasformare il piacere in comprensione.
La Piazza dei Mestieri si chiama così perché nasce come luogo di formazione professionale per giovani in difficoltà.
Ospitare un festival della birra in questo spazio non è una scelta neutrale: è una dichiarazione sul tipo di cultura che si vuole costruire — accessibile, concreta, aperta, utile.
Granda in Piazza, alla sua terza edizione, sembra aver capito che i festival più interessanti non sono quelli che celebrano una nicchia, ma quelli che allargano la conversazione senza svuotarla.
È quello che stanno facendo, un bicchiere alla volta, in via Durandi 13.
Granda in Piazza, dal 5 al 7 giugno 2026, Piazza dei Mestieri — via Durandi 13, Torino. Ingresso gratuito.




